“L’apertura di una nuova stagione politica”, annunciata da Antonio Tajani e Matteo Piantedosi durante la loro recente missione diplomatica in Africa (dal 28 al 30 ottobre), è stata presentata come una svolta strategica dell’Italia verso una cooperazione più solida con i Paesi del continente. Tuttavia, questa retorica di rinnovamento convive con un quadro già noto: al centro del dialogo con i governi di Mauritania, Senegal e Niger il rafforzamento di accordi incentrati sulla sicurezza, sul controllo delle frontiere e sulla gestione dei flussi migratori.
La visita dei ministri italiani degli Esteri e dell’Interno coincide con una tendenza sempre più evidente nella politica europea verso l’Africa: lo spostamento della gestione migratoria al di fuori dei propri confini. Da anni l’Unione Europea — e, per estensione, Paesi come Italia, Spagna, Francia o Germania— promuove programmi e patti con Paesi che vanno dal Sahel al Mediterraneo. Esempi emblematici sono gli accordi con Libia, Tunisia, Egitto, Sudan, Niger, Senegal, Mauritania, Marocco o Giordania, dove la cooperazione allo sviluppo appare spesso intrecciata con clausole esplicite o implicite su sicurezza e controllo migratorio.
Questa dinamica si collega direttamente alla notizia proveniente dalla Mauritania, analizzata recentemente su Latitudini, dove la Spagna ha riconosciuto il ruolo dei migranti nello sviluppo economico locale ( La Spagna riconosce in Mauritania il contributo dei migranti allo sviluppo economico Latitudini ). Un atto positivo che rivela però una realtà più complessa: la Mauritania —insieme al Senegal, al Niger o al Marocco— è diventata un attore centrale nell’esternalizzazione delle frontiere europee. L’elogio al “contributo dei migranti allo sviluppo economico” convive così con il crescente interesse europeo nel trasformare questi Paesi in spazi di contenimento migratorio, attraverso accordi che combinano aiuti economici, cooperazione di polizia e sorveglianza delle frontiere. Rischia di essere il controllo preventivo della mobilità, quindi, il vero interesse di molti Paesi europei più che un impegno autentico verso il cosviluppo.
In questo senso, il viaggio di Tajani e Piantedosi non segna necessariamente una novità ma piuttosto la continuità di un approccio europeo che privilegia la sicurezza e la riduzione dei flussi migratori rispetto a una strategia sostenibile dei flussi. Più che affrontare le cause strutturali della migrazione, queste politiche sembrano funzionare come delle “pezze”, soluzioni temporanee che rinviano il problema senza affrontarlo alla radice. È una logica da “cerotto sulla ferita”: si contiene il movimento umano senza trasformare le condizioni che lo generano.
La cosiddetta “nuova stagione” appare così come una nuova retorica per giustificare pratiche vecchie: la gestione della mobilità umana lontano dal territorio europeo, spostando le persone verso i confini del deserto invece che verso il Mediterraneo. Negli ultimi anni, anche grazie al lavoro di numerose ONG, è stato evidente come migliaia di persone di diverse nazionalità hanno rischiato la vita attraversando il mare su imbarcazioni precarie, in condizioni estreme e perfino respinte illegalmente verso gli stessi porti da cui erano fuggite. Tutto ciò si combina con il crescente trasferimento di responsabilità a partner africani la cui stabilità politica e autonomia istituzionale restano fragili. Paesi che, in altri contesti, sarebbero stati criticati dalla stessa Unione Europea per deficit democratici o violazioni dei diritti umani, diventano oggi interlocutori privilegiati grazie a un’ipocrisia strutturale: la democrazia smette di essere un criterio imprescindibile quando in gioco c’è il contenimento migratorio.
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