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All’Onu il Sahel parla con una sola voce: «Non chiediamo a nessuno il permesso di esistere» 

A New York il ministro degli Esteri del Burkina Faso, Karamoko Jean Marie Traoré, ha pronunciato un discorso a nome dell’intera Confederazione degli Stati del Sahel. Sicurezza, sovranità e riforma del multilateralismo. Un messaggio rivolto ai partner: cooperazione sì, subordinazione no. 

Tre Paesi, un solo discorso. Dalla tribuna dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, il ministro non ha parlato soltanto a nome del Burkina Faso, ma della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), che lo unisce a Mali e Niger. Presentarsi insieme, ha sottolineato, è già di per sé una dichiarazione politica. 

Il discorso si è aperto con il ricordo delle vittime del terrorismo e dei soldati caduti, tra cui l’ex ministro della Difesa maliano, il generale Sadio Camara, ucciso in aprile 2026. Ma, al di là del lutto, il tono è stato di fierezza. Per l’AES il progetto confederale non è una chiusura, bensì il rifiuto di una tutela considerata cronica, erede del colonialismo e del neocolonialismo. 

Le critiche all’ordine internazionale 

Il ministro ha ripreso il tema di questa sessione, «Ricostruire la fiducia, gestire la trasformazione: un’Organizzazione per tutti», per rovesciarlo: se occorre ricostruirla, è perché è stata erosa dai doppi standard e dall’uso delle istituzioni al servizio di poche potenze. 

La critica più dura riguarda il terrorismo. Per la Confederazione, il Sahel non affronta gruppi armati isolati, ma un’impresa di destabilizzazione sostenuta anche da attori statali. Traoré ha chiesto alla comunità internazionale di indagare e di condannare chi finanzia, arma o protegge questi gruppi; tacere, ha affermato, equivale ormai a esserne complici. 

In materia di diritti umani, ha difeso le misure eccezionali adottate dai tre Stati partendo da un principio di fondo, il primo diritto umano è il diritto alla vita. Ha criticato le risoluzioni del Parlamento europeo sul Sahel e rivendicato il ritiro dalla Corte penale internazionale, sì alla giustizia internazionale, no a una giustizia a geometria variabile. Ha inoltre chiesto una riforma del Consiglio di sicurezza e dell’architettura finanziaria internazionale, oltre alla revoca delle misure coercitive unilaterali, a cominciare dall’embargo contro Cuba. 

La parte confederale si è chiusa con la frase destinata a restare: «Non chiediamo a nessuno il permesso di esistere». La cooperazione, ha precisato il ministro, non sarà mai sinonimo di sottomissione. 

Il Burkina Faso a quattro anni dalla svolta 

Nella parte nazionale, Traoré ha presentato il bilancio della Rivoluzione progressista popolare, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario, indicando come assi economici il Piano RELANCE 2026-2030 e la trasformazione locale delle materie prime. Sul fronte della sicurezza, ha affermato che oltre il 74 % del territorio è ora sotto il controllo dello Stato, con il ritorno di migliaia di persone nei luoghi d’origine e la riapertura di decine di scuole e centri sanitari. 

Un attore con cui fare i conti 

Che se ne condivida o meno la lettura, l’AES si è presentata a New York come un blocco coeso, con un’agenda propria e un linguaggio che parla a buona parte del Sud globale. Le sue posizioni restano contestate da diversi partner occidentali. Ma per l’Europa la domanda sembra spostarsi: non si tratta più di decidere se dialogare con la Confederazione del Sahel, ma su quali basi farlo. 

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Foto ; Karamoko Jean Marie Traoré, ha pronunciato un discorso a nome dell’intera Confederazione degli Stati del Sahel 

Fonti ; 
81e Assemblée générale de l’ONU : Discours du Ministre des Affaires étrangères du Burkina – YouTube 

San Koné