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Miniere d’oro e diritti umani. La scommessa delle giunte militari. Per capire il Sahel non funzionano gli schemi dell’Occidente


 
La recente nazionalizzazione delle miniere d’oro in Burkina Faso costituisce uno degli indicatori più significativi delle trasformazioni in corso nell’Africa subsahariana: un’area del pianeta che richiede uno sguardo in grado di andare oltre gli schemi della cultura geo-politica impregnata di cultura colonialista che ancora imperversa nella parte industrializzata del pianeta.


In termini concreti: allentare, senza rinunciarvi, gli schemi consolidati della teoria democratica quando si valutano le politiche dei governi militari al potere nei tre paesi (Mali, Niger e Burkina Faso) che hanno creato l’Aes, Alliance des États du Sahel, arrivando all’espulsione della presenza francese in un quadrante dominato per oltre un secolo dagli interessi di Parigi.


E’ in corso un tentativo di affrancamento dall’egemonia esercitata dall’antica potenza coloniale da parte di governi formati da militari di medio rango, di solito non invischiati dalle dinamiche della spartizione tipica delle alte gerarchie; questo ha significato la formazione di un ceto di “intellettuali in divisa” che, nonostante la cultura delle armi, non ha rimosso dalla propria visione l’effettiva condizione delle popolazioni.


Potrebbe sembrare un ritorno agli anni Cinquanta / Sessanta che segnarono il dissolvimento del sistema di dominio diretto dell’Europa: con un breve intervallo, fino ai Settanta, questo venne  sostituito dall’avvolgente ragnatela tessuta da banche e multinazionali  che riorganizzarono la continuità del sistema estrattivo delle risorse, naturali e umane, corrompendo fino al midollo i governi man mano insediatisi nelle capitali.


E’ da qui che origina l’intervento all’81ma assemblea generale dell’Onu di Karamoko Jean Marie Traoré, ministro degli Esteri del Burkina Faso, parlando a nome della Confederazione degli Stati del Sahel: “Non chiediamo a nessuno il permesso di esistere. La cooperazione non sarà mai sinonimo di sottomissione” ha detto.
Traoré ha presentato il bilancio della Rivoluzione progressista popolare in Burkina Faso, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario, indicando come assi economici il Piano Relance 2026-2030 e il controllo sulla trasformazione locale delle materie prime. Sul fronte della sicurezza, ha ricordato che oltre il 74 % del territorio burkinabé è tornato sotto il controllo dello Stato, con il ritorno di migliaia di persone nei luoghi d’origine e la riapertura di decine di scuole e centri sanitari.


Questo dopo anni di attacchi da parte delle milizie islamiche finanziate dai governi della penisola arabica: “il Sahel non affronta gruppi armati isolati, ma un’impresa di destabilizzazione sostenuta anche da attori statali” ha detto Traoré sollecitando la comunità internazionale “a indagare e condannare chi finanzia, arma o protegge questi gruppi; tacere – ha affermato – equivale ormai a esserne complici.
In materia di diritti umani, ha difeso le misure eccezionali adottate dai tre Stati partendo da un principio di fondo, il primo è il diritto alla vita.

Andrea Chioini