Dopo la pesante sconfitta contro la vicecampione del mondo, il governo del Burkina Faso ha creato un campionato di venti squadre regionali con uno stipendio per i giocatori, a rischio di entrare in rotta di collisione con la FIFA. Alcuni amici burkinabè mi hanno spiegato perché, per loro, non è una questione di orgoglio.
In Burkina Faso la partita è cominciata a mezzanotte. Molti hanno spento la televisione prima dell’intervallo. Al fischio di fine primo tempo l’Argentina conduceva già 5-0. Sarebbe finita 7-0.
Per settimane l’appuntamento allo stadio Monumental di Buenos Aires aveva alimentato un’illusione difficile da spiegare a chi non vive qui: affrontare la vicecampione del mondo, che a luglio aveva perso la finale contro la Spagna ai tempi supplementari, e farlo nella settimana in cui Lionel Messi, forse il più grande giocatore della storia dello sport più popolare del pianeta, si congedava dalla sua nazionale. Messi non è sceso in campo. Si era riservato la partita d’addio tre giorni dopo, contro il Benin.
Ciò che è accaduto prima del fischio d’inizio spiega buona parte del risultato. La nazionale maggiore era in ritiro in Marocco dopo una partita di qualificazione alla Coppa d’Africa. Il volo charter che doveva portarla in Argentina il 30 settembre è stato cancellato senza preavviso dalla compagnia. Dopo due giorni bloccati a Casablanca, si è trovata una soluzione di ripiego, all’ultimo minuto. Quasi tutti i titolari della nazionale, però, hanno rinunciato a partire con condizioni al limite dell’impossibile. La federazione non poteva annullare l’incontro per ragioni contrattuali; ha quindi convocato d’urgenza l’Under 23, cancellando la sua partita contro il Mali e ha mandato quei ragazzi dall’altra parte dell’Atlantico. Sono atterrati poche ore prima del calcio d’inizio, alcuni senza aver dormito per quasi un giorno intero, per giocare davanti a oltre ottantamila tifosi argentini.
La reazione politica è arrivata nel giro di quarantotto ore. Il 5 ottobre, ricevendo la nazionale femminile Under 15, il presidente della Transizione, il capitano Ibrahim Traoré, ha elogiato i giovani mandati a Buenos Aires e si è scagliato contro la gestione del calcio nazionale: «Il nostro calcio è malato e troveremo i rimedi», ha detto, secondo quanto riportato dalla stampa regionale. Ha aggiunto che lo Stato interverrà nella federazione, «che ci sospendano o no». La frase non è di poco conto: lo statuto della FIFA impone alle federazioni nazionali di gestirsi senza ingerenze dei governi e prevede la sospensione come sanzione.
Poi, l’8 ottobre, il Consiglio dei ministri ha approvato la creazione della «Ligue de la souveraineté» (Lega della sovranità), un nuovo campionato di venti squadre, una per regione, con tre posti per la regione della capitale e due per quella di Bobo-Dioulasso. Il governo promette stipendi di 200.000 franchi CFA al mese, circa 305 euro, una copertura sociale e quasi mille posti di lavoro. La lega non sostituisce l’attuale “serie A”, concentrata a Ouagadougou e Bobo-Dioulasso. Il suo obiettivo dichiarato è portare il calcio di alto livello in tutto il territorio. Restano da chiarire il finanziamento, l’organizzazione e il rapporto con la federazione.
Lo confesso: la mia prima reazione è stata scettica. In un paese con tante urgenze, il calcio era davvero una priorità? L’ho chiesto ad alcuni amici burkinabè, convinto che mi avrebbero parlato di orgoglio ferito. Mi sbagliavo.
La loro risposta non aveva nulla a che vedere con il 7-0. Mi hanno parlato dei giovani delle zone rurali, molti dei quali minorenni, che passano i pomeriggi attorno al dolò, la birra tradizionale di sorgo preparata dalle donne, che diventa la parte più importante della vita sociale di molti villaggi. Il problema non è il dolò, mi hanno spiegato; il problema è ciò che succede quando non c’è nient’altro. Secondo loro il consumo abituale di questa bevanda, comunque alcolica, comincia presto e finisce, in troppi casi, nella dipendenza.
Per questo, ai loro occhi, una lega calcio con stipendi, allenamenti e squadre in ogni regione non è un capriccio di prestigio. È la possibilità per un ragazzo di diciassette anni d’avere un campo, un orario e una ragione per alzarsi la mattina dopo.
Mancano dati per misurare con precisione la diffusione del consumo di alcol tra i giovani delle aree rurali del Burkina Faso; gli studi disponibili sono pochi e datati. E una lega di venti squadre non arriverà da sola in ogni villaggio. Ciò che può cambiare le cose è la base: i campi di terra battuta, le scuole, gli allenatori e le competizioni locali che alimentino quelle squadre regionali. Se la «Ligue de la souveraineté» resterà in vetrina, servirà per la foto. Se diventerà una rete capace di arrivare nei villaggi, forse quella notte a Buenos Aires sarà servita a qualcosa.
San Koné

Foto; Undici iniziale dei giocatori che hanno iniziato l’amichevole tra Argentina e Burkina Faso 2026