Continua la minaccia jihadista in Burkina Faso che ne mina la sicurezza e la stabilità obbligando il governo ad indicare la lotta al terrorismo come la priorità del paese. Nonostante ciò, molti sforzi sono in atto per favorire lo sviluppo economico-sociale, conditio sine qua non per continuare con un forte consenso popolare. Gli indici economici del paese sono positivi. A livello sociale gli interventi sono indirizzati sulla scuola e la sanità con un approccio verticistico che caratterizza anche le iniziative sugli aspetti socio-culturali.
È il caso del divieto al concorso Miss Immergée 2025 motivato dalla volontà di “preservare i valori morali, sociali e culturali della nazione”, che interviene nel rapporto tra stato, cultura e autonomia femminile.
Un approccio figlio di una cultura progressista europea, e non solo, potrebbe evidenziare che la decisione mette in luce come il corpo delle donne resti un terreno di contesa politica e sociale, perché su di esso si confrontano diverse forze: lo Stato, che definisce ciò che è “morale” o “accettabile”; il mercato e l’industria dello spettacolo, che impongono standard estetici per visibilità mediatica; e infine la società, con le sue norme culturali e sociali. È vero che i concorsi di bellezza, come Miss Immergée, spesso riproducono logiche di oggettivazione del corpo della donna ma vietarli non equivale a liberarle da queste dinamiche: significa solo spostare il controllo dal mercato dell’intrattenimento all’autorità statale. In entrambi i casi, le donne vengono escluse dal dibattito e dal diritto di decidere come rappresentarsi.
Sarebbe auspicabile che la rivoluzione progressista e popolare potesse farsi carico, pur nelle difficoltà quotidiane del contesto burkinabé, anche di queste riflessioni. Non come un dibattito imposto dall’alto o dall’esterno, ma come un confronto partecipato, che dia voce alle donne e alle organizzazioni femminili del Paese. Coinvolgerle significherebbe riconoscere che la questione non è solo culturale, ma politica: riguarda chi decide, chi parla e chi resta escluso. Solo attraverso il protagonismo femminile sarà possibile trasformare il corpo da terreno di contesa a spazio di autodeterminazione.
A tutte le latitudini, quando un governo stabilisce cosa sia “morale” o “accettabile” per le donne, riafferma di fatto un sistema patriarcale che parla in loro nome e ne delimita lo spazio di libertà. La rivoluzione “progressista” evocata dalle autorità rischia così di fondarsi su una nuova invisibilità del femminile.
Un approccio davvero emancipatore non vieterebbe, ma trasformerebbe. Offrirebbe alle donne spazi di parola, criteri di valorizzazione che vadano oltre la bellezza fisica, una piattaforma per raccontarsi come soggetti e non come simboli.
Va inoltre considerato che il Burkina Faso è governato da una giunta militare in un contesto segnato da forti tensioni e insicurezza nazionale. In questa cornice, il divieto al concorso “Miss Immergée 2025” può essere interpretato — almeno in parte — come esercizio di controllo sociale da parte dello Stato, che mira a consolidare la propria autorità in un momento di fragilità istituzionale.
La sicurezza e l’ordine pubblico non possono però prescindere dal rispetto della libertà femminile che non può essere sacrificata sull’altare della “moralità nazionale” o della stabilità statale. Finché le donne non potranno autonomamente decidere se, come e quando apparire nello spazio pubblico, la libertà resterà un ideale più che una pratica.
Stefanina Buonantuono