Le vacanze di fine anno sono un’occasione per rivedere vecchi amici e parlare anche con loro di temi che per me sono generalmente confinati nella sola sfera lavorativa.
«Può durare fin quando non spiegano a Trump che l’AES non è una corporation americana…», tra il serio e il faceto Giovanna commenta così le chiacchiere sull’Africa, sull’Alleanza dei Paesi del Sahel (AES, per l’appunto): la confederazione tra Burkina Faso, Mali e Niger, tre dei paesi più impoveriti al mondo. Un percorso cominciato come un’alleanza politico-militare nel 2023 per fronteggiare unitariamente la piaga del terrorismo jihadista, e poi formalizzata nel 2024.
Proprio alla vigilia delle ultime feste, a Bamako, nella seconda riunione dei capi di stato dell’AES, Ibrahim Traoré è stato nominato Presidente di turno della Confederazione. Il Presidente del Burkina Faso ha ricordato come il 2025 sia stato l’anno dell’uscita dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) – considerata la longa manus degli interessi francesi – e della chiusura di tutte le basi militari francesi nella regione. Un processo costituente che, con riferimenti storici al movimento panafricanista, è caratterizzato da forti accenti di discontinuità col passato: contrasto e rifiuto delle relazioni basate su un approccio neocoloniale e imperialista e ricerca di modelli di sviluppo autonomi, per la valorizzazione delle risorse locali in un quadro di nuovi rapporti internazionali fondati sulla logica del vantaggio reciproco.
«…Già sappiamo come andrà a finire», la stroncatura lapidaria di Giovanna di qualsiasi accenno di timido entusiasmo all’ipotesi AES. Che questa professoressa di storia e filosofia al liceo, lettrice di cose internazionali ma disincantata rispetto alle dinamiche politiche del sud globale, avesse già previsto l’attacco nello stato di Sokoto, nord-ovest della Nigeria, nella notte del 25-26 dicembre?
Missili statunitensi piovuti copiosamente in un’incursione contro le basi terroristiche dello Stato islamico, a difesa delle comunità cristiane anche in Nigeria, come spiegano le fonti del Comando USA per l’Africa (AFRICOM). «Sotto la mia guida gli USA non permetteranno al terrorismo islamico di prosperare e uccidere brutalmente, soprattutto cristiani innocenti», specifica Trump in un suo post, minacciando nuovi attacchi sulla piattaforma Truth Social se le violenze jihadiste dovessero continuare. Un intervento che il governo nigeriano – fonte ministero degli esteri locale – descrive come concordato e nel quadro di azioni congiunte per la sicurezza del Paese.
L’inizio, quindi, di un intervento strutturato in Africa occidentale a sostegno dei governi locali vessati dal terrorismo jihadista? Dalla Nigeria passeranno, quindi, in Niger e Ciad, contro Boko Haram, legata allo Stato islamico (IS), per continuare contro le formazioni alQaeda (JNIM) nei paesi dell’AES e, ancora, nel nord del Togo e del Benin?
Di fatto, la realtà di campo nega il verificarsi di scenari similari, anche se un intervento di questa natura in Nigeria è comunque una première. Oltretutto, con una localizzazione singolare: perché nel nord-ovest, quando le bande terroristiche di Boko Haram e dell’IS agiscono prevalentemente nel nord-est? È in quest’area, infatti, che sono più organizzate e operative.
Non è un caso che proprio nello Stato del Borno, al confine con Niger e Ciad, pochi giorni prima di Natale un attentato suicida (Boko Haram) abbia provocato almeno cinque morti in una moschea. Un evento che aggrava una situazione umanitaria già segnata da migliaia di sfollati e attacchi ripetuti contro i civili, a prescindere dalla fede religiosa: lo scorso settembre 50 morti in un solo villaggio. Il bersaglio della violenza jihadista, in realtà, non sono solo i cristiani; al contrario, sovente sono proprio i musulmani moderati l’obiettivo degli attacchi più sanguinosi e, spesso, molte delle violenze attribuite a diatribe religiose sono riconducibili allo storico conflitto allevatori-coltivatori per la gestione della terra.
Queste riflessioni sono confermate da un’inchiesta della BBC che contesta i dati a giustificazione dell’intervento americano e, soprattutto, nega la specificità “cristiana” delle vittime, addebitando a Boko Haram e IS dell’Africa occidentale le responsabilità principali. L’inchiesta cita 3.000 morti, contro cifre più alte diffuse da altre fonti.
Lo stesso governo nigeriano respinge l’idea di una persecuzione mirata verso i cristiani – pur sottolineando come le tensioni etnico-religiose acuiscano lo stato di tensione – ma piuttosto verso tutti coloro che rifiutano l’adesione alla “guerra santa”, indipendentemente dalla religione professata.
Il governo nigeriano, d’altronde, sa bene che “il conflitto religioso” è una materia da maneggiare con cura. La memoria della guerra sanguinosa del Biafra (1967-1970) è ancora viva: due milioni di morti in seguito all’autoproclamata indipendenza degli stati del sud-est della Nigeria che, facendo perno sulla cristianità delle popolazioni locali – Igbo principalmente, ma anche Ogoni – perseguivano l’obiettivo di sfruttare unilateralmente le ingenti risorse petrolifere della regione del delta del fiume Niger.
Il Biafra di Ojukwu fu sostenuto da Israele, dal Sudafrica dell’apartheid, dalla Spagna di Franco, dal Portogallo di Salazar e Caetano e, pur con motivi differenti, anche dalla Francia. Un paese che ancora oggi è molto sensibile a rafforzare un partenariato con la Nigeria, soprattutto in formazione militare e «assistenza in termini di forniture d’intelligence, come i droni, per rintracciare i gruppi violenti», come spiega il politologo Emmanuel Igah facendo riferimento a Emmanuel Macron.
A questo quadro di riferimento, constatando come la Nigeria sia una “potenza regionale” e abbia l’esercito più importante dei paesi della CEDEAO, molti commentatori africani aggiungono un elemento importante di riflessione. Lo scorso 7 dicembre, solo qualche giorno prima dell’intervento americano, le forze armate nigeriane – con l’esercito schierato ai confini e con un attacco di precisione dell’aviazione – avevano represso sul nascere un tentativo di colpo di stato contro il Presidente del Benin, Patrice Talon.
Come è stato quindi possibile che lo stesso governo abbia deciso di delegare agli americani un attacco sul proprio territorio? Tra le molte risposte possibili, molti commentatori convergono su una: il governo nigeriano, così facendo, ha voluto esplicitamente riconoscere la leadership americana nelle proprie relazioni internazionali, avallando al tempo stesso l’ostentazione della rinnovata volontà di protagonismo USA anche in quest’area del mondo.
Questa esibizione di forza viene realizzata nel paese più popoloso dell’Africa, la quarta economia del continente, primo partner commerciale della Francia nell’Africa subsahariana e, soprattutto, un paese che detiene 37,5 miliardi di barili di riserve di petrolio comprovate al 2025: un valore che lo colloca all’11° posto nel mondo e al 1° in Africa, rappresentando il 2,12% delle riserve totali mondiali di petrolio.
Inoltre, giustificando l’attacco come un atto dovuto in difesa del “diritto alla cristianità”, Donald Trump risponde a quella lobby evangelica e conservatrice, sua base elettorale, che denuncia da mesi una presunta persecuzione dei cristiani in Nigeria; tanto che già lo scorso ottobre il governo americano l’aveva descritto come un paese a rischio, dove la libertà religiosa sarebbe seriamente in pericolo.
Infine, anche la localizzazione dell’intervento sembrerebbe avere una sua logica. Il nord-est della Nigeria è proteso verso il Sahel. Non è difficile immaginare i paesi dell’AES come primi destinatari di un messaggio che certifichi una “forte presenza” da tenere in considerazione, almeno allo stesso livello dei nuovi partner internazionali – Cina, Turchia e Russia – con i quali l’AES sta costruendo i presupposti per proseguire quel percorso di autonomia politica e commerciale che favorisca lo sfruttamento delle risorse, oro e uranio in particolare, in una logica relazionale basata su un approccio win-win.
Forse questo scenario era già noto a Ibrahim Traoré quando, a Bamako, citando le “primavere arabe”, ha lanciato l’allarme sull’arrivo di un “inverno nero”, molto freddo e portatore di lutti e morti. Per questa ragione ha invitato i popoli saheliani a preparare la resistenza, utilizzando una metafora a tinte forti: ogni giorno dovremo impegnarci a trovare legna per accendere un fuoco che riscalderà le menti e il sangue degli africani, per unirci; a cacciare i lupi, usando le loro pelli per fare pellicce come protezione dal freddo dell’inverno; a costruire montagne, grandi montagne, per spezzare il vento invernale che potrebbe abbattersi sulle nostre comunità.
Guerra è la parola che ormai entra nei discorsi dei leader a tutte le latitudini.
Articolo estratto da Micropolis
Piero Sunzini