La Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Mali sono nell’elenco dei Last20. Sono due dei più grandi Paesi africani per estensione territoriale, con potenzialità economiche enormi nel sottosuolo e nel soprassuolo. Sono l’esempio calzante di quelle realtà africane dove i conflitti di lunga durata condizionano pesantemente le ipotesi di sviluppo e la qualità della vita delle popolazioni locali.
In Mali, senza rinverdire le “guerre tuareg” che hanno insanguinato il paese dopo l’indipendenza del 1960, si deve risalire almeno all’assassinio di Gheddafi (ottobre 2011) per comprendere la situazione sociopolitica attuale. Lo sfaldamento della Libia, infatti, ha liberato energie combattenti verso i confini meridionali. In Mali l’effetto si è concretizzato nel consolidamento di gruppi armati, di matrice jihadista e tuareg, che autoproclamando l’indipendenza dell’Azawad – una ampia e lunga fascia di terra principalmente localizzata nel nord del Mali -, hanno applicato da subito la Jihad islamica come forma di governo. Sono entrati in rotta di collisione con il governo che si è visto privato di una parte importante del proprio territorio, desertico ma ricco nel sottosuolo. Senza l’intervento militare francese del gennaio 2013 il Mali sarebbe stato smembrato e diviso almeno in due stati. Le milizie francesi, accusate poi di perseguire solamente gli interessi della madre-patria, sono state di fatto rimpiazzate da quelle russe che oggi coadiuvano le forze armate maliane nella lotta al terrorismo Jihadista; la piaga che sta minando la convivenza nel Paese arrecando danni alla popolazione civile che permane in uno stato d’insicurezza costante e di difficoltà economiche e sociali.
Anche nella RDC le cause del conflitto vengono da lontano e si sono acuite con la “crisi del Ruanda” del 1994 i cui effetti perdurano soprattutto nelle regioni orientali, in particolare Nord e Sud Kivu, al confine con Uganda, Ruanda e Burundi. Le differenti milizie che si combattono su questo territorio provocano lutti e lasciano le popolazioni locali nella totale insicurezza, perché senza protezione adeguata da parte dello stato.
Un’esperta indipendente dell’ONU – citata da Cornelia I. Toelgyres, giornalista di Africa Express – scrive di oltre 7M sfollati nell’intera RDC.
Chi sperava negli Accordi firmati a Washington tra i due presidenti di RDC e Ruanda, lo scorso dicembre, per lo sviluppo di un processo di pace è rimasto deluso. Dal campo le notizie sono quelle dell’avvio di una “pace trumpiana”, come a Gaza: i livelli di sicurezza per la popolazione rimangono critici, migliorano invece le potenzialità di business. Gli Accordi, infatti, prevedono la presenza di compagnie americane per stimolare dinamiche di sviluppo economico che sembrano, per il momento, limitate alla valorizzazione delle risorse del sottosuolo (es. coltan, litio e tantalo) il cui sfruttamento anarchico è stato, ed è ancora, il “carburante” delle bande armate nell’est della RDC