A man holds up Somali shilling notes having just exchanged US Dollars with a money changer on the streets of the Somali capital Mogadishu. Millions of people in the Horn of Africa nation Somalia rely on money sent from their relatives and friends abroad in the form of remittances in order to survive, but it is feared that a decision by Barclays Bank to close the accounts of some of the biggest Somali money transfer firms – due to be announced this week - will have a devastating effect on the country and its people. According to the United Nations Development Programme (UNDP), an estimated $1.6 billion US dollars is sent back annually by Somalis living in Europe and North America. Some money transfer companies in Somalia have been accused of being used by pirates to launder money received form ransoms as well as used by Al Qaeda-affiliated extremist group al Shabaab group to fund their terrorist activities and operations in Somalia and the wider East African region. AU/UN IST PHOTO / STUART PRICE. Original public domain image from Flickr

L’influenza del FMI e il ruolo delle multinazionali alla base della crisi senegalese

La crisi in Senegal ha molteplici sfaccettature. Quella economica non è secondaria, soprattutto per le sue ricadute sugli aspetti sociali alla base del programma politico del PASTEF.  

Innanzitutto, il tema del debito pubblico costituisce un altro profondo argomento di frizione tra il Presidente, Bassirou Diomaye Faye,  ed il destituito Primo Ministro, Ousmane Sonko. Secondo i funzionari del FMI, ormai stabilmente presenti a Dakar, il debito pubblico è ormai arrivato al 130% del PIL, costituendo un grosso freno allo sviluppo del Paese ed all’attuazione delle politiche sociali proclamate dal PASTEF in campagna elettorale. Tale dato corrisponde, per altro, alle conclusioni a cui è arrivata la stessa Corte dei Conti senegalese.  

Diomaye ha adottato una politica pragmatica, non escludendo una rinegoziazione del debito con il FMI che apra le porte a nuovi finanziamenti. Sonko, al contrario, seguito in questo dalla maggior parte del partito e dell’opinione pubblica, ha sempre denunciato il rischio di cadere in una spirale senza fine di nuovi prestiti che vedrebbero, come contropartita, l’imposizione di politiche di bilancio e sociali opposte a quelle auspicate dal partito e su cui si è basato il suo successo elettorale.   

Altro argomento caldo: la revisione dei contratti con le multinazionali presenti nel Paese, soprattutto nei settori petrolifero e minerario.  

Come accaduto in molti altri Paesi africani, il possesso di risorse energetiche e minerarie non garantisce uno sviluppo economico e un maggiore benessere per la popolazione. Non avendo strutture ed investimenti, nonché capacità tecnologiche per il loro sfruttamento, si è costretti a ricorrere alle multinazionali straniere del settore che impongono patti leonini, trattenendo gran parte del profitto proveniente essenzialmente dall’esportazione. Non di rado, i Paesi africani sono costretti ad importare materie prime e prodotti basati su risorse di cui dispongono. Lo scarso profitto che resta nel Paese alimenta la rendita di élite ristrette e la corruzione, non arrivando mai a migliorare le condizioni di vita della popolazione. Inoltre, il settore petrolifero e minerario genera una scarsa domanda di manodopera, incidendo così molto marginalmente su uno dei problemi principali, se non il principale, dei Paesi africani, la disoccupazione giovanile.  

Anche riguardo a tale problematica Sonko e Diomaye hanno assunto posizioni differenti. Il primo, fin dall’inizio, ha dichiarato di voler rinegoziare tutti i contratti, a cominciare da quelli per lo sfruttamento del giacimento petrolifero di Sangomar, minacciando anche il ricorso all’arbitrato internazionale. Il secondo ha tenuto sempre una posizione più tiepida.  

In generale, quello che era stato il principale cavallo di battaglia della campagna elettorale del PASTEF, il recupero della piena sovranità politica, economica e finanziaria del Paese, è stato perseguito in maniera più tenace, pur tra contrasti, contraddizioni e limitazioni oggettive, dal Primo Ministro che non dal Presidente.  

Giovanni Santini