Quando oggi si parla della crescente influenza cinese nel Sahel, si tende a presentarla come un fenomeno recente, legato alla Belt and Road Initiative o al vuoto lasciato dal ritiro francese. In realtà le radici di questa presenza affondano negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, e costituiscono uno dei fattori più trascurati per capire perché i governi di Bamako, Ouagadougou e Niamey guardino oggi a Pechino con una familiarità che difficilmente hanno con un altro Paese.
La Cina arrivò in Africa occidentale e nel Sahel non come potenza coloniale ma come paese che aveva appena concluso la propria lotta di liberazione. Questo le conferì una grande credibilità agli occhi dei movimenti di liberazione: Pechino non parlava di sviluppo e modernizzazione come l’Occidente, ma di sovranità, dignità e lotta all’imperialismo. Il Mali di Modibo Keïta ricevette un primo credito di 20 milioni di dollari nel 1961 e un secondo nel 1966. La Guinea di Sékou Touré, che nel 1958 aveva rotto con la Francia diventando il primo paese africano francofono indipendente, fu tra i primissimi a ricevere sostegno cinese economico, tecnico e politico. In Algeria, Pechino sostenne diplomaticamente il FLN fin dai primi anni della guerra contro la Francia, utilizzando ogni sede internazionale disponibile per legittimare la causa dell’indipendenza.
Il modello cinese aveva caratteristiche precise che lo distinguevano dagli aiuti occidentali e sovietici: crediti a tasso zero o quasi nullo, preferenza per infrastrutture fisiche ad alta visibilità, tecnici che vivevano allo stesso livello dei colleghi locali, assenza di condizionamenti politici espliciti. Anche se, è innegabile, la presenza sul campo era frutto anche di una scelta strategica di competizione con l’URSS per l’influenza nel Terzo Mondo, basata però su un modello internazionalista che i governi africani percepivano come più rispettoso della loro sovranità.
Questa eredità storica incide sulla realtà attuale. I governi di Mali, Burkina Faso e Niger non si rivolgono alla Cina come a un partner sconosciuto: si rivolgono a un paese che nella memoria politica della regione è associato alla lotta anticoloniale, non alla sua perpetuazione. È una posizione costruita con pazienza in decenni e che nessuna potenza occidentale per, ragioni storiche, non può replicare pur offrendo più denaro o più accordi commerciali.
Dario Gennarini
Fonti:
Peter A. Poole, “Communist China’s Aid Diplomacy”, Asian Survey.