Il Burkina Faso ha inserito ufficialmente nei propri programmi scolastici nazionali lo studio della Rivoluzione Haitiana (1791–1804). Non si tratta di una semplice nota a margine o di un paragrafo d’approfondimento facoltativo, ma di un pilastro fondante della nuova didattica nazionale. Per generazioni, gli studenti africani hanno studiato nei minimi dettagli la Riforma protestante, la Rivoluzione Francese, la Dichiarazione d’Indipendenza americana e la Magna Charta britannica. È stato insegnato loro ad ammirare i pensatori dell’Illuminismo europeo, tacendo colpevolmente su come quegli stessi Paesi illuminati arricchissero le proprie casse attraverso il traffico transatlantico degli schiavi e il colonialismo, quasi mai è stato insegnato loro che un esercito di donne e uomini ridotti in schiavitù riuscì a sconfiggere le truppe veterane delle tre più grandi potenze coloniali dell’epoca: Spagna, Gran Bretagna e la Francia di Napoleone Bonaparte.
L’integrazione di Haiti nel curriculum scolastico non è un fatto isolato, ma è parte di una profonda riforma pedagogica e culturale intrapresa dal Paese africano. Il Burkina Faso ha già riscritto oltre 54 lezioni tra storia, geografia e educazione civica, attuando una vera e propria epurazione del lessico coloniale: il termine sottomesso e paternalista “esploratori” è stato sostituito nei testi scolastici da “invasori”. È stata introdotta lo studio obbligatorio della Carta di Kurukan Fuga, la costituzione orale promulgata nel XIII secolo dall’Impero del Mali, pioniera dei diritti umani fondamentali ben prima delle carte europee. La materia “Educazione Civica e Morale” è stata rinominata “Educazione alla Cittadinanza e al Patriottismo”.
La storia di Haiti
Nel 1791, la colonia francese di Saint-Domingue era la perla economica delle Antille, ma la sua ricchezza poggiava sulla brutalità praticata nelle piantagioni di canna da zucchero e caffè. Quando la notte del 22 agosto 1791 gli schiavi insorsero bruciando i campi, non chiesero riforme: pretesero la libertà assoluta. Nel 1804, guidati da Jean-Jacques Dessalines dopo la cattura di Louverture, proclamarono la nascita di Haiti, la prima repubblica nera al mondo e l’unica nazione fondata da una rivolta di schiavi vittoriosa. La risposta dell’Europa imperiale fu spietata. Nel 1825, la Francia inviò navi da guerra e impose a Haiti il pagamento di 150 milioni di franchi d’oro a titolo di “risarcimento” per le proprietà perse — dove la “proprietà” erano gli esseri umani affrancati. Per saldare questo riscatto illegittimo, Haiti fu costretta a stipulare enormi prestiti con banche francesi e statunitensi. L’ultima rata di questo soffocante debito neocoloniale è stata saldata soltanto nel 1947, lasciando un’eredità di impoverimento strutturale che pesa sul Paese ancora oggi.
Al centro di questa epica storia si staglia la figura monumentale di François-Dominique Toussaint Louverture. Nato in schiavitù attorno al 1743 nella piantagione Breda, autodidatta, istruito alle arti della medicina tradizionale e ai testi dei filosofi illuministi come l’Abbate Raynal, Louverture ottenne la libertà prima dello scoppio della rivoluzione. Quando la rivolta divampò, la sua visione politica si rivelò straordinaria. Capì che il coraggio da solo non sarebbe bastato contro gli eserciti europei: organizzò la massa di schiavi insorti in una forza militare disciplinata. Dotato di un’incredibile capacità di penetrazione delle linee nemiche, da cui l’appellativo L’Ouverture (“l’apertura” nella difesa avversaria), manovrò abilmente tra le potenze europee in lotta tra loro, alleandosi temporaneamente con gli spagnoli per poi volgersi contro di essi quando la Convenzione Francese abolì la schiavitù nel 1794.
Dario Gennarini
Fonti:
Ministero dell’Educazione Nazionale e dell’Alfabetizzazione del Burkina Faso
C.L.R. James, I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di San Domingo
Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo