Quali sono le condizioni di salute del cinema africano? La risposta è duplice: qualche seria preoccupazione per il cinema “classico” (lungometraggi di fiction); più tranquillizzante, perché vivace, ma quasi sconosciuto (almeno in Italia) il resto del panorama.
Nelle righe che seguono, libere da qualsiasi presunzione di analisi statistica. Sono il tentativo di riportare in evidenza un tema entrato in un cono d’ombra, allungatosi per una trentina d’anni, nella città che ebbe il merito di creare uno dei primissimi festival dedicati a quella realtà: Perugia. Una città e, soprattutto, l’incontro tra due persone: Enzo Forini, animatore del Centro sociale della UniStranieri e Mohamed Challouf, che vi aveva studiato lingua italiana.
Nella libertà da qualsiasi presunzione statistica abbiamo guardato alla produzione di fiction in lungometraggio attraverso la lente delle programmazioni succedutesi negli anni al Fespaco, Festival panafricano del cinema di Ouagadougou: nessuna delle ultime dieci edizioni (la manifestazione è biennale) ha toccato il picco del 1993 quando dei 115 titoli presentati (documentari, cortometraggi, video) furono 25 i film in senso classico.
Quel record non è stato più eguagliato, nemmeno delle edizioni più recenti: 17 film nel 2025 (su 235 titoli!), 15 nel 2023, 17 nel 2021 (pandemia Covid), 20 per quattro edizioni consecutive dal 2013 al 2019 e, risalendo negli anni, sempre cifre oscillanti tra 16 e 20. Da non dimenticare che la cadenza biennale del festival burkinabé dimezza quelle cifre Per amore di completezza va detto che furono 9 i lungometraggi nel 1972 (dato meno recente disponibile): quello fu il primo Fespaco che prevedeva una “competizione”.
I dati estratti dai cataloghi del Fespaco, pur nella loro limitazione all’elemento numerico ci dicono che la produzione cinematografica africana non sta registrando una tendenza all’espansione. E non sarà certo la mostruosa quantità di titoli della Nollywood nigeriana a compensare il calo. Da una parte la qualità complessiva è fortemente migliorata e ottiene risultati notevoli in termini di sceneggiatura, recitazione, regia. Tuttavia il numero dei titoli dei lungometraggi che rimane costante negli anni rivela una fragilità complessiva del sistema continentale che solo le co-produzioni (con paesi di altri continenti) riescono a compensare. Altre grandezze riguardano il numero complessivo dei titoli presenti, per esempio, al Fespaco #29 del 2025 sono stati 235.
Ma perché tanta attenzione al Fespaco di Ouagadougou? Perché le Journées Cinématographiques de Carthage (JCC, Tunisi), nate nel 1966, condividono con il Fespaco (partito nel 1969) una sorta di primogenitura nello scenario africano dei festival: attualmente sono 29 le manifestazioni censibili in rete, 8 di queste in Egitto.
E poi c’è una relazione che le due manifestazioni stabilirono con Perugia e l’Umbria.
Andiamo con ordine. “ Tornerà il cinema africano a Perugia?” si chiedeva Maurizio Giacobbe in un articolo pubblicato proprio da “micropolis” nel novembre 2018.
“Era il 1982 quando Mohamed Challouf, studente tunisino all’Università per stranieri di Perugia, diede vita, insieme al perugino Enzo Forini, alle Giornate del cinema africano, avviando una collaborazione culturale tra Italia e Tunisia…” scriveva Giacobbe.
“La manifestazione venne ripetuta per i successivi undici anni e vide la sua ultima edizione nel 1994. In quell’anno, Challouf tornò in Tunisia per assumere la direzione artistica delle Giornate cinematografiche di Cartagine… Per Mohamed si concluse, così, l’esperienza delle Giornate perugine… ne ebbero parte anche i dissapori e i contrasti politici maturati negli anni del passaggio dal Pci al Pds: Challouf, vicino alle posizioni de “il manifesto”, venne accusato di sfruttare per propri fini politici le iniziative legate alle Giornate del cinema africano di Perugia… Il circolo virtuoso s’interruppe e l’anno
successivo le Giornate non ebbero corso”.
Un tentativo di ripartenza, nel 1997, ebbe come protagonista Alessandro Riccini Ricci con “bATìk”.
Un’altra storia che sarà interessante ricostruire
Andrea Chioini