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Gli attacchi terroristi in Mali e la fine dello “stigma al-Qaida” anche nel Sahel 

Il 25-26 aprile il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim) – affiliato ad al-Qaida -, e il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla), hanno assaltato contemporaneamente diverse città del Mali: Kidal e Gao al nord, Sévaré, Mopti, Kati e la capitale Bamako.  Il ministro della difesa, Sadio Camara, è stato assassinato proprio a Kati, sede del presidio più importante delle forze armate maliane (FAMa). Gli attacchi hanno provocato morti civili e danni a infrastrutture.  

Immediate le reazioni di condanna da parte dei paesi saheliani: la Confederazione degli Stati del Sahel scrive in un comunicato di “aggressioni barbare e inumane”, pianificate da molto tempo per diffondere il terrore tra la popolazione civile. Il presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, denuncia il “complotto mostruoso sostenuto dai nemici della liberazione del Sahel”. Il presidente dell’Unione Africana, Mahamoud Ali Youssouf, definisce gli attacchi insensati, ribadendo l’impegno per la pace della UA. António Guterres, SG dell’ONU, biasima la violenza ed esprime solidarietà al popolo maliano. Il Ministero degli esteri russo parla di minaccia al governo maliano e alla stabilità dell’intera regione saheliana; gli USA esprimono la loro solidarietà al popolo maliano che ha subito un “atto terroristico”. La risposta dell’UE è affidata al solo ufficio stampa del Servizio europeo (SEAE) che ribadisce “determinazione nella lotta al terrorismo” e “condanna gli attacchi terroristici”.  

È evidente, invece, “…l’imbarazzo della Francia di fronte alla crisi”, come titola Le Mondei che mette in risalto come ci siano voluti tre giorni e due notti per avere un commento ufficiale all’offensiva jihadista, “…un tempo lungo in modo anormale, a livello diplomatico”, con un “comunicato minimalista” che esprime “la sua preoccupazione” e solidarietà verso i maliani, senza mai nominare, però, né il governo maliano né il suo Presidente Assimi Goita, come sottolinea Le Figaroii

Reazioni diverse, quindi, nella forma e nei contenuti che evidenziano la difficoltà d’orientamento nell’attuale situazione maliana senza un ancoraggio locale che permetta una profilazione puntualee degli attori principali del conflitto e dei loro interessi.  

L’attuale governo del Mali, infatti, ancora oggi, è spesso descritto come l’ultimo effetto del caos generato nella regione saheliana dall’assassinio di Gheddafi (ottobre 2011) che ha liberato energie militari dalla Libia verso la sponda sud del Sahara, generando effetti immediati nel nord-Mali: autoproclamazione dell’indipendenza dell’Azawad e consolidamento di gruppi armati, di matrice jihadista e tuaregiii. Senza l’intervento francese (gennaio 2013) e delle missioni militari Serval e Barkhane, il Mali sarebbe diviso in almeno due stati. I militari francesi, accolti inizialmente come liberatori, sono stati poi accusati di essere i responsabili dell’insuccesso nella lotta contro il terrorismo jihadista che ha continuato a generare insicurezza in tutto il paese e a inasprisce il malcontento popolare verso una classe dirigente accusata di mala gestione e corruzione. Sono questi i prodromi dei due colpi di stato, 2020 e 2021, che portano il colonnello Assimi Goita alla presidenza del Mali, alla rottura diplomatica con la Francia e all’avvio di rapporti con i mercenari russi. Il gruppo paramilitare Wagner, infatti, entra in Mali appoggiando le FAMa nella lotta al terrorismo, sostituendo i francesi. Una presenza che si protrae fino ai giorni nostri con l’African Corps che garantisce attualmente circa duemila paramilitari russi contro i gruppi qaidisti raggruppati attorno a Jnim 

È proprio quest’ultimo gruppo terroristico che, con un comunicato, ha rivendicato gli attentati finalizzati alla costruzione di un nuovo Mali e a una forma di governa basata sulla Sharia islamica. L’elemento di novità nel comunicato è la dichiarata alleanza con il Fla: “…la liberazione della città di Kidal è stata realizzata da Jnim, in stretta e fruttuosa collaborazione con i nostri fratelli e partner del Fla”. Una cooperazione win-win, dunque. Da una parte Jnim che, sul modello al-Jolani in Siria, prova un maquillage d’immagine per negoziare con l’estero, associandosi ai tuareg che sono più accreditati sui tavoli internazionali. Dall’altra Fla che, sfruttando la forza economica e militare di Jnim, conquista la città simbolo delle ribellioni tuareg e cuore politico del “progetto Azawad”, una vasta regione del Mali settentrionale di cui i tuareg rivendicano l’indipendenza. Con questo comunicato, inoltre, è terminata anche quella narrazione di Parigi sui “ribelli gentili” del Fla, senza nessun legame coi “cattivi jihadisti di Jnim”, che sottintendeva un sostegno, se non all’indipendenza, almeno a una forte autonomia politica tuareg in una regione il cui sottosuolo è ricco di petrolio, gas e oro.  Un comportamento che è sempre stato un casus belli nelle relazioni tra Mali e Francia, ed è ancora d’attualità se Georges Malbrunot, una firma prestigiosa del giornalismo francese, racconta su Rtl Matiniv che la Francia è tuttora presente sul campo, garantendo un supporto tecnico essenziale (comunicazioni satellitari) e pure un trait-d’union tra i ribelli del Fla e membri dell’intelligence militare ucraina (GUR). Decine di ex-legionari ucraini francofoni, formati nelle fila dell’esercito francese, presenti nel teatro di guerra con lo scopo dichiarato d’indebolire i reparti russi dell’Africa Corps.  

Ecco, quindi, una possibile spiegazione delle reazioni softv dell’UE agli attacchi terroristici: innanzitutto un posizionamento anti-Putin, anche in Mali, in linea con il sostegno a Zelensky e le politiche di riamo?  

Allo stesso modo si può spiegare anche quell’imbarazzo della Francia, espresso pure da Emmanuel Macron all’Africa Forward Summitvi di Nairobiche sembra quasi compiacersi della crisi maliana, dopo la partenza dei francesi e l’arrivo dei russi? Un posizionamento non neutrale, dunque, ma contro il governo maliano e i suoi alleati. Un classico approccio di realpolitik che colloca la Francia, di fatto, dalla parte di Fla e Jnim.  Nessun imbarazzo di questa “vicinanza” ad un gruppo terroristico jihadista? Lontani ormai i tempi della “guerra al terrorismo” contro al-Qaida che, almeno per un ventennio invece, è stata la base della narrazione mainstream dei media occidentali per giustificare le guerre d’invasione in Afghanistan e in Iraq sulle quali si è innestata, poi, l’onda lunga delle politiche di riarmo dei nostri giorni.  

E la popolazione maliana? “I colleghi dell’ufficio di Kidal non riescono a rientrare a Bamako. Siamo preoccupati per loro. La situazione sta diventando insopportabile” dice al telefono Omar da Bamako. Gli attacchi di aprile hanno mostrato che nessuna città è sicura. La precarietà è dappertutto. La situazione economica è difficile. La mancanza di elettricità blocca le attività, anche quelle dei piccoli artigiani e commercianti. “Dura quasi tutta la giornata e, quando torna, il coprifuoco li ha bloccati a casa”. Molti dei camion che portano i rifornimenti sono bruciati dai terroristi fuori città. In un altro periodo, una situazione simile avrebbe fatto “esplodere” Bamako, continua Omar. Oggi è difficile. La violenza quotidiana ha superato il limite soglia, la popolazione ha paura di tutto, non riesce nemmeno a protestare, vuole la pace. Gli ultimi avvenimenti hanno dimostrato che continuare la scommessa della via militare è sbagliato. Le FAMa sono vulnerabili, “…è una pasticca difficile da mandar giù ma è la verità. Bisogna fermare la guerra, non c’è altra scelta.  I terroristi sono equipaggiati benissimo, hanno armi moderne, mezzi veloci e servizi d’intelligence stranieri, si deve trovare il modo per dialogare con Fla ma anche con Jnim”, conclude Omar.   

Missione compiuta, quindi!  

I terroristi hanno creato il caos, esasperato la popolazione e creato le condizioni per sedersi ad un tavolo di trattativa nazionale con l’approvazione delle forze occidentali…altro che “enduring freedom” in salsa maliana! Oggi con al-Qaida si può trattare; si può cercare congiuntamente una soluzione di pace. Alcuni canali radiotelevisivi francesi stanno preparando da giorni questo scenario invitando a discutere di Mali gli “oppositori del regime putschista di Assimi Goita” che caldeggiano questa soluzione. 

Anche Amhed mi dice che il dialogo è la sola via d’uscita per non “sprofondare all’inferno” e mi dice che Jnim è il problema ma potrebbe essere anche la soluzione. “Sono trafficanti di droga, fanno business con gli ostaggi hanno già trattato col governo, lo scorso autunno, per levare il blocco degli approvvigionamenti a Bamako. Goita li ha pagati e il gasolio è arrivato. Sanno bene che un califfato in Mali non sarebbe mai possibile. Cercano soltanto la loro fetta di torta”. Con il Fla la vede ancora più facile: garantire ai tuareg un forte grado d’autonomia politica delle regioni del nord e una parte dei benefici del sottosuolo.  

Per la pace bisogna abbandonare l’ideologia e i pregiudizi. Andrebbero bene anche le multinazionali per sfruttare i giacimenti potenziali del nord Mali, pure Total.  L’accordo si fa sul riparto tra le popolazioni del nord e del sud del Mali dei proventi delle ricchezze di petrolio, gas e oro. Forse, però, a garanzia di quest’accordo mi augurerei una presenza militare russa per almeno un paio d’anni.”  

Le soluzioni per fermare la guerra esistono, dunque. Un mediatore accettato dall’Algeria (Egitto?), e quindi dalla Francia, potrebbe essere un catalizzatore efficace.  Ci sono pure personalità maliane disponibili e che potrebbero rispondere al profilo richiesto per perseguire l’obiettivo principale per il popolo maliano e per tutta la regione saheliana: la pace.  

Sarebbe stato possibile anche in Afganistan e in Iraq? Lo sarebbe anche in Iran?  

Piero Sunzini