La “terza guerra mondiale a pezzi” – come detto da Papa Francesco -, coinvolgendo anche i paesi del G8, pone in secondo piano le dinamiche africane. La politica internazionale mainstream, infatti, nella maggior parte dei casi, liquida l’analisi degli avvenimenti del continente sulla base di stereotipi senza aggiornare la riflessione all’evoluzione dei contesti.
In questo scenario non fanno eccezione i paesi saheliani che, da almeno due lustri, si confrontano con la piaga del terrorismo jihadista. In particolare, ci riferiamo al Burkina Faso, Mali e Niger riuniti nell’Alleanza degli stati del Sahel (AES). Una Confederazione che si sta consolidando con scelte politiche nette: azioni congiunte nel campo amministrativo e militare, rafforzamento dell’autonomia decisionale soprattutto in politica estera. Da una parte, col rafforzamento di partnership di costituzione recente – principalmente Cina, Russia e Turchia -; dall’altra, con l’abbandono della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao), considerata la longa manus degli interessi francesi nell’area.
La Francia, appunto. È stata e resta il paese che ha condannato con durezza i paesi dell’Aes provando, a più riprese, ad isolarli dalla comunità internazionale, rei di aver tradito le regole della democrazia liberale, con colpi di stato militari e con governi autoritari. Ha esercitato pressioni enormi sulla Cedeao per andare oltre la critica politica chiedendo perfino un intervento militare (nel caso del Niger) per ripristinare l’ordine costituito. La Cedeao, pur non spingendosi fino a questi estremi, ha però applicato sanzioni economiche pesanti ai tre paesi che, in verità, non hanno avuto un impatto decisivo per modificare lo status quo ma hanno generato sofferenze alle classi meno abbienti che, lo ricordiamo, sono già strutturalmente deboli a livello economico appartenendo ai Last20, i più poveri del mondo.
Questo approccio francese, però, da paladino degli ideali liberali –praticato solo in alcuni contesti, nella totale applicazione della dottrina occidentale dominante della “doppia morale” – non è riuscito a nascondere altri interessi, forse più importanti. L’antico paese colonizzatore, infatti, ha continuato ad esercitare un’influenza marcata nelle decisioni politiche ed economiche dei paesi Aes, indipendenti dal 1960, spesso con forti tinte neocoloniali come denunciato da leader panafricanisti come Thomas Sankara , presidente assassinato in Burkina Faso nel 1987.
Tramite questo potere – esteso alla maggior parte dei paesi dell’africa francofona – la Francia ha goduto di rendite di posizione nei consessi internazionali (ex. ONU), nel posizionamento strategico delle proprie aziende e soprattutto nell’affermazione di un’egemonia nelle relazioni militari coi governi locali che ha favorito anche il controllo delle ricchezze del settore primario. Valga per tutte l’uranio del Niger, strategico per le centrali nucleari d’oltralpe.
Il vero oggetto del contendere con gli attuali governi dei paesi Aes , quindi, è da ricercare nella volontà di conferma di quel “controllo politico” che è venuto meno negli ultimi anni, dopo l’instaurazione di presidenti militari che rivendicano, invece, una forte discontinuità col passato: nuovi modelli di sviluppo basati su una moltitudine di rapporti internazionali fondati sul rispetto e il vantaggio reciproco.
Questa strategia d’isolamento economico-politico dei paesi Aes non sembra, dunque, aver raggiunto i risultati auspicati. Al momento è forse vero il contrario. A quasi sei anni dal primo colpo di stato in Mali (2020) e a più di due anni e mezzo (settembre 2023) dalla proclamazione dell’Aes, infatti, le truppe francesi sono state cacciate dal Mali dal Burkina Faso e dal Niger ma anche in altri paesi della regione. Al contrario, la comunità internazionale, e non solo in ambito africano, sta normalizzando le relazioni con i paesi AES. A Bamako, Ouagadougou e Niamey si susseguono visite di delegazioni diplomatiche per rilanciare politiche di cooperazione, anche su scala bilaterale, nonostante le difficoltà del contesto mondiale frutto delle politiche aggressive dell’amministrazione Trump e del governo d’Israele, e fuori dal diritto internazionale.
Piero Sunzini