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La disputa energetica riconfigura l’Africa occidentale  

Gas, rotte e potere: gli equilibri politici e le relazioni internazionali sono determinate dalle scelte di cooperazione regionale per l’approvvigionamento energetico…e l’Europa resta a guardare? 

Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per i paesi dell’Africa occidentale evidenziano anche per l’anno 2026 un tasso di crescita importante; superiore al dato aggregato del 4,4 relativo a tutta l’africa subsahariana, per il 2026. 

In particolare, per gli otto paesi aderenti all’UEMOA1 si prevede una crescita media del 6,5% (Bceao – 1° trimestre 2026). Anche le prospettive dei Paesi dell’Alleanza degli Stati Saheliani (AES) sono positive: 4,9% per il Burkina Faso, 5,0% Mali, addirittura 6,7% per il Niger che registra la seconda performance regionale, dopo il Benin (AgenceEcofin). I cambiamenti politici degli ultimi anni, quindi, – rottura con la Francia e frizioni politiche con i paesi vicini, dopo la fuoriuscita dalla CEDEAO2 – non hanno condizionato le potenzialità di sviluppo economico dei paesi-AES, nonostante un contesto di sicurezza interna difficile a causa del perdurare dei fenomeni di terrorismo jihadista che ha causato lutti e più di due milioni di sfollati.  

L’Africa occidentale è dunque attraversata da criticità differenti ma è dinamica, pur con situazioni politiche differenti, con un comune denominatore: la ricerca della crescita economica. Per il suo perseguimento, la disponibilità d’energia resta uno dei punti di massima criticità. Se è vero che fattori esogeni, legati alle tensioni geopolitiche internazionali, condizionano negativamente una programmazione economica efficiente, al tempo stesso, però, potrebbe rappresentare un fattore stimolante di dinamiche progettuali che tendano a valorizzare proprio le fonti energetiche locali per favorire uno sviluppo endogeno, anche su scala regionale.  

La trasformazione strutturale dell’architettura energetica dell’Africa occidentale è infatti già in marcia. Due grandi progetti per lo sfruttamento del gas ambiscono a definire i corridoi strategici del continente nelle prossime decadi: il gasdotto Nigeria–Marocco (Africa Atlantic Gas Pipeline) e il gasdotto transahariano Algeria–Niger–Nigeria. 

Non si tratta unicamente di infrastrutture destinate al trasporto di gas naturale. Entrambi i progetti rappresentano modelli distinti d’integrazione regionale ma in gioco c’è qualcosa di più profondo della semplice fornitura energetica: la configurazione delle rotte che struttureranno il potere economico nell’Africa occidentale.  

Nigeria: il punto di equilibrio 

Al centro di entrambi i progetti si trova la Nigeria, il gigante economico dell’intera regione; primo in Africa per riserve di petrolio, più del 2% di quelle mondiali.  Principale produttore di gas naturale è uno dei Paesi con le maggiori riserve in Africa; è il punto di partenza dei due corridoi e l’attore la cui decisione ne condizionerà la fattibilità e potrebbe determinare anche il futuro peso economico di due potenze importanti (Marocco e Algeria) del continente. 

La Nigeria partecipa a entrambi le ipotesi progettuali e mantiene aperte tutte le opzioni. Questo posizionamento le consente di diversificare le rotte di esportazione, ridurre le vulnerabilità geopolitiche e rafforzare il proprio ruolo di fornitore strategico in un contesto internazionale segnato dalla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento. Allo stesso tempo, però questa centralità comporta impegni stringenti a livello “interno”: ricerca di stabilità politica e sicurezza nel delta del Niger, e capacità istituzionale per gestire investimenti su larga scala, conditio sine qua non per la realizzazione dei progetti ipotizzati. 

Il crescente interesse internazionale nei confronti di Abuja3 — non solo da parte degli Stati Uniti — riflette una Nigeria non solo come un attore regionale ma una pedina rilevante nella competizione globale per l’accesso a risorse energetiche. Più che schierarsi a favore di un corridoio o dell’altro, la Nigeria, quindi, agisce come punto di equilibrio in una disputa che supera il quadro africano. 

L’asse atlantico: integrazione costiera e proiezione verso l’Europa 

Il progetto Nigeria–Marocco prevede un tracciato di oltre 5.000 chilometri lungo il perimetro atlantico. Dalla Nigeria attraverserebbe Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal e Mauritania prima di raggiungere il Marocco. 

La sua logica risponde a una strategia di integrazione progressiva. Da un lato, mira ad articolare uno spazio energetico comune tra gli Stati costieri dell’Africa occidentale, facilitando l’accesso al gas naturale per la generazione elettrica e l’industrializzazione. Dall’altro, consolida la Nigeria come fornitore strutturale della regione e rafforza la posizione del Marocco come ponte energetico tra Africa ed Europa. 

Il tracciato costiero non è soltanto una decisione geografica, è una scelta che combina calcolo economico, gestione del rischio e visione strategica. Si innesterebbe, infatti, su Paesi con accesso diretto al mare, con infrastrutture portuali già consolidate, escludendo i rischi di un attraversamento di Paesi (del Sahel) caratterizzati da conflitti armati.   

Più che un semplice corridoio energetico, l’asse atlantico configura uno spazio economico integrato che guarda simultaneamente verso l’interno africano e verso l’Europa. 

L’asse sahariano: rotta diretta e centralità strategica 

Il progetto transahariano propone un collegamento diretto tra Nigeria, Niger e Algeria, con connessione alla rete algerina di distribuzione del gas verso l’Europa: il suo percorso si addentra nel Sahel e attraversa vaste aree desertiche prima di raggiungere il Mediterraneo. 

Questo tracciato attribuisce al Niger un ruolo centrale come Paese di transito e rafforza la sua rilevanza nel quadro energetico regionale (un Paese che è anche uno dei maggiori esportatori mondiali d’uranio). Per l’Algeria, invece, significa rinsaldare la propria posizione dominante di fornitore di gas all’Europa, sfruttando infrastrutture già operative e canali d’esportazione consolidati. 

Il corridoio sahariano dovrà affrontare sfide importanti. In primis la sicurezza delle zone saheliane, la gestione di migliaia di chilometri di infrastruttura in territori scarsamente popolati e gli eventuali problemi d’instabilità legati alla collocazione politica del Niger.  

La nuova mappa energetica caratterizzata da inclusioni selettive  

Se entrambi i corridoi dovessero avanzare, dodici dei quindici Paesi dell’Africa occidentale sarebbero integrati in almeno uno dei due grandi assi progettati. Solo tre rimarrebbero ai margini: Capo Verde, Mali e Burkina Faso. 

Per Capo Verde, l’esclusione deriva dalla sua condizione insulare; diversa è la situazione di Mali e Burkina Faso. È paradossale, infatti, che questi due stati, con economie ancora fragili e che affrontano importanti sfide di sicurezza e stabilità interna, siano esclusi da tutte e due i corridoi progettati. Sebbene la loro futura integrazione non possa essere esclusa, è evidente come questo scenario stia già spingendo questi due paesi a scelte strategiche alternative. La prima, basata sul rafforzamento della “opzione AES” che, nello specifico, garantirebbe un ancoraggio politico al Niger, paese chiave nel corridoio sahariano; la seconda, sul consolidamento delle “nuove partnership internazionali” che potranno assicurare lo sviluppo e la diffusione dell’energia solare e l’ipotesi di un’avventura “nucleare”. In un quadro africano dove si sta assistendo al decollo dell’energia solare (20GW già installati), infatti, la tecnologia cinese potrebbe favorire la riduzione dei costi di capitale – nel continente africano sono almeno di 3 volte superiori rispetto ai paesi sviluppati – valorizzando l’immenso potenziale.  Dall’altra, l’attivismo russo, anche in economia, sta stimolando una programmazione d’investimenti nell’energia nucleare con reattori di nuova generazione. In Burkina Faso, per esempio, sono già stati realizzati studi preliminari da parte di aziende russe e molti ingegneri e studenti burkinabé sono in formazione a Mosca.  

Oltre il gas, l’architettura del potere … e l’Europa? 

Il dibattito in Africa occidentale, e non solo, non ruota soltanto attorno a quale gasdotto verrà costruito per primo o quale risulterà più redditizio. In gioco c’è il modello d’integrazione che prevarrà e la distribuzione di potere che emergerà da tale decisione. I progetti potranno coesistere ma le tempistiche di costruzione e il loro sviluppo ridefinirà le gerarchie regionali, consoliderà nuovi centri decisionali in Africa occidentale che catalizzeranno le partnership internazionali. 

I gasdotti non trasportano soltanto energia. Fissano priorità territoriali, stabiliscono interconnessioni, creano nodi strategici e disegnano le rotte lungo le quali circolerà il potere economico nelle prossime decadi. Il tracciato di queste infrastrutture anticipa, in larga misura, la forma che assumerà l’equilibrio regionale. Chi ne sarà escluso cercherà i contrappesi necessari. 

In ultima analisi, non si tratta soltanto di gas, ma di chi definirà l’architettura energetica e politica dell’Africa occidentale nel XXI secolo e di quali Stati occuperanno il centro — o i margini — di questo nuovo ordine regionale.  

L’Europa potrebbe diventar un beneficiario di questa riconfigurazione. In un contesto segnato dalla necessità di diversificare le forniture dopo la crisi energetica frutto della “scelta Ucraina”, l’UE dovrebbe osservare con interesse e fare tutto il possibile per facilitare la costruzione sia del corridoio atlantico sia di quello sahariano. Va da sé che le scelte europee dovranno essere innanzitutto di natura politica e i paesi del mediterraneo potranno giocare un ruolo centrale come porta d’entrata di queste nuove risorse verso l’Europa. Tutto ciò a patto che la politica dell’UE prefiguri la ricerca di un reale percorso d’autonomia, anche economico, finalizzato essenzialmente al benessere dei popoli europei, cambiando quindi l’attuale paradigma subordinato soprattutto alle volontà del “padrone del vapore” d’oltreoceano.  La speranza d’autonomia sarà sempre più legata all’utilizzo dell’idioma spagnolo da parte dell’UE, perché l’italiano, con accento romanesco, non sembra poter andare nella direzione auspicata.  

Piero Sunzini e San Koné

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Foto; Mappa dei prossimi due canali 

Fonti e riferimenti 

• Nigerian National Petroleum Company (NNPC), dichiarazioni ufficiali sul Nigeria–Morocco Gas Pipeline. 
• Office National des Hydrocarbures et des Mines (ONHYM), documentazione sull’Africa Atlantic Gas Pipeline. 
• Sonatrach (Algeria), informazioni istituzionali sul progetto Trans-Saharan Gas Pipeline (TSGP). 
• ECOWAS / CEDEAO, documenti strategici sull’integrazione energetica regionale. 
• African Development Bank (AfDB), rapporti sulle infrastrutture energetiche in Africa occidentale. 
• International Energy Agency (IEA), dati su riserve e produzione di gas in Africa. 
• European Commission, strategie di diversificazione energetica post-2022. 

• Banca Centrale degli Stati dell’Africa dell’Ovest (BECEAO), note sulla congiuntura economica nei Paesi UEMOA.