Anche il Niger è alla ricerca di una differenziazione nello sfruttamento delle proprie risorse minerarie: riconosciuto da decenni come il “re dell’uranio” in Africa per i suoi abbondanti giacimenti, punta ora sul petrolio come nuovo pilastro per sostenere l’economia. Pur essendo uno degli Stati più estesi dell’Africa centro-settentrionale (1.266.700 chilometri quadrati), il Paese figura tra i più poveri al mondo: i 28,3 milioni di abitanti scontano un indice di sviluppo umano pari a 0,419 (sulla scala Gini), secondo dati recenti dell’UNDP, collocandolo nelle posizioni più basse anche nella graduatoria dei cosiddetti Last20.
Questa situazione è in gran parte dovuta a un modello estrattivo incentrato storicamente sull’esportazione di uranio grezzo, senza lavorazione locale né valore aggiunto, limitando così l’impatto delle risorse naturali sullo sviluppo interno.
Per decenni il Niger ha concesso licenze minerarie principalmente all’ex potenza coloniale, la Francia, che ha dominato il territorio fino al 1960 continuando ad estrarre ricchezza imponendo quotazioni di tutto vantaggio: 0.8 euro/kg, vale a dire ottanta centesimi (vedi). Tuttavia, con la presa di potere dei militari nel luglio 2023, il Paese ha deciso di cambiare rotta. Il nuovo regime militare ha avviato un processo di recupero del controllo sulle risorse naturali, nazionalizzando concessioni strategiche e aprendo a nuovi investitori internazionali, in particolare asiatici. Basta dire che le “voci social” (da prendere sempre con beneficio di inventario) indicano quotazioni intorno a 160 euro/kg.
In questo contesto, la scoperta e l’avvio di un importante giacimento petrolifero nel nord-est, nel bacino Agadem Rift, vicino al confine con il Ciad, hanno segnato un punto di svolta. Il progetto prevede di raggiungere una produzione compresa tra 90 e 110mila barili al giorno grazie allo sviluppo progressivo delle infrastrutture.
Non avendo sbocchi al mare, il Niger ha promosso la costruzione dell’oleodotto Niger-Benin, lungo quasi 1.950 km, che collega i giacimenti di Agadem al porto di Sèmè-Kpodji, nel Golfo di Guinea. Finanziato principalmente dalla compagnia cinese Cnpc, l’infrastruttura è entrata in funzione nel 2024, pur affrontando iniziali difficoltà dovute a dispute di confine e ad attacchi armati nella regione da parte di bande jihādiste.
Le proiezioni economiche per il futuro dei nuovi giacimenti sono ottimistiche: la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio prevedono una crescita superiore al 7% e persino vicina al 10% per il 2026. Tuttavia, la principale sfida rimane quella di trasformare gli introiti provenienti da petrolio e uranio in miglioramenti concreti: rafforzare i servizi pubblici, affrontare i problemi di sicurezza — aggravati dalla presenza di gruppi jihādisti nel Sahel — e ridurre la profonda disuguaglianza strutturale.
Il Niger si trova così di fronte a un bivio storico: mantenere il suo ruolo di potenza uranifera mentre tenta di affermarsi come nuovo attore petrolifero africano. Se riuscirà a bilanciare entrambe le dimensioni, potrà ridefinire il proprio destino e scalare posizioni nella mappa economica del continente.
