Il settore dell’allevamento in Burkina Faso rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia nazionale. Secondo i dati dell’Enquête Nationale sur le Cheptel (ENC1, 2018), contribuisce per circa il 14% al valore aggiunto del settore primario e rappresenta oltre il 4% del prodotto interno lordo. Oltre al peso economico, l’allevamento riveste un ruolo determinante nella sicurezza alimentare e nutrizionale e rappresenta una fonte primaria di reddito per le famiglie rurali, coprendo fino al 38% dei loro introiti monetari.
Nel 2018 la popolazione di allevatori è stata stimata di 2,3 milioni di individui, pari al 17,3% della popolazione totale maggiore di dieci anni. Circa 1,7 milioni di famiglie, ovvero il 55,9% dei nuclei domestici del paese, praticano forme di allevamento. La diffusione è evidentemente più consistente nelle aree rurali, dove oltre il 70% delle famiglie alleva animali, mentre in contesto urbano la quota si riduce al 21%. Dal punto di vista demografico, gli allevatori sono per lo più uomini (75%), di fascia d’età tra i 35 e i 55 anni, con un livello di alfabetizzazione molto basso: oltre i due terzi non sanno leggere e scrivere.
La distribuzione territoriale mostra una forte concentrazione in sei regioni (Sahel, Nord, Centre-Nord, Est, Boucle du Mouhoun e Centre-Est), che da sole detengono circa il 65% del patrimonio zootecnico nazionale, ad esclusione del pollame. Il settore avicolo risulta invece più concentrato nelle aree centrali e periurbane, in particolare nella regione del Centre.
In termini numerici, il Burkina Faso dispone di un patrimonio zootecnico costituito, al 2018, da circa 9,1 milioni di bovini, 10,7 milioni di ovini, 10,6 milioni di caprini, 1,3 milioni di suini, oltre 1,3 milioni di asini, 141.000 cavalli, 26.800 cammelli e quasi 35 milioni di capi di pollame. Quest’ultimo rappresenta il comparto più consistente e diffuso, con una prevalenza netta di polli locali (74% del totale). È inoltre registrata la presenza di conigli, stimati in circa 1,5 milioni di capi. Riassumendo, il patrimonio zootecnico è composto per il 44% da ruminanti e per il 54% da avicoli.
L’allevamento tradizionale costituito da housing improvvisati è largamente prevalente, rappresentando oltre il 97% del totale. In questo contesto, le strutture di ricovero sono generalmente rudimentali: recinti in materiale locale per bovini, piccoli rifugi in paglia o legno per i volatili, gabbie semplici per i conigli. Le pratiche sanitarie sono poco diffuse, con tassi ridotti di vaccinazione e deparassitazione, e l’alimentazione degli animali si basa in larga parte su pascolo naturale e residui agricoli. A dispetto di queste limitazioni, il settore assicura un sostegno fondamentale alle famiglie rurali, fungendo da erogatore di alimenti importanti per l’alimentazione umana.
Accanto all’allevamento tradizionale si registra la presenza, seppur minoritaria, di aziende moderne e strutturare. Nel 2019 ne sono state censite 1.632, di cui l’88% di proprietà individuale. Tali aziende sono più concentrate nelle regioni del Centre e degli Hauts-Bassins e si caratterizzano per l’uso di infrastrutture più avanzate: stalle in muratura, impianti di ventilazione, sistemi modulari, gabbie arricchite per conigli, ricoveri collettivi e allevamenti avicoli a terra o free-range. In queste realtà, l’alimentazione è più strutturata, con un ricorso maggiore ai mangimi concentrati, e le pratiche di biosicurezza sono più diffuse. La produzione di uova, in particolare, è trainata da queste aziende e si concentra soprattutto nell’area di Ouagadougou e del Centre.
Il rapporto evidenzia alcuni punti di forza del settore: la vastità del patrimonio animale, la centralità nelle economie familiari, la diversificazione delle specie allevate e la funzione di stabilizzazione in contesti di crisi agricola. Emergono tuttavia anche elementi di debolezza: bassa produttività, insufficiente diffusione delle pratiche sanitarie, strutture di housing arretrate, elevata dipendenza da sistemi tradizionali, basso livello di istruzione degli allevatori e vulnerabilità alle malattie e ai cambiamenti climatici.
In questo quadro, il rafforzamento del settore passa attraverso la diffusione di pratiche di allevamento più moderne attraverso la collaborazione con il mondo della ricerca. È in tale contesto che si inseriscono le iniziative congiunte con istituzioni scientifiche. Un esempio rilevante è rappresentato dal progetto SOAMBA, che mira alla creazione di una filiera cunicola in Burkina Faso. Tale iniziativa, sviluppata in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia, intende promuovere l’allevamento del coniglio come risorsa strategica per la sicurezza alimentare, la generazione di reddito e la diversificazione produttiva, attraverso la diffusione di tecniche migliorate e di modelli di housing innovativi.
Samira Giovannini